Sciascia e l’obbligo del ‘cavare’

<< Scusate la lunghezza di questa lettera>> scriveva un francese (o una francese) del gran settecento <<poiché non ho avuto tempo di farla più corta>>. Ora io, per quanto riguarda l’osservanza di quella che è la buona regola di far corto anche un racconto, non posso dire mi sia mancato il tempo: ho impiegato addirittura un anno, da un’estate all’altra, per far più corto questo racconto; non intensamente, si capisce, ma in margine ad altri lavori e a ben altre preoccupazioni. Ma il risultato cui questo mio lavoro di cavare voleva giungere era rivolto più che a dare misura, essenzialità e ritmo, al racconto, a parare le eventuali e possibili intolleranze di coloro che dalla mia rappresentazione potessero ritenersi, più o meno direttamente, colpiti. Perché in Italia, si sa, non si può scherzare né coi santi, né coi fanti: e figuriamoci se, invece che scherzare, si vuol fare sul serio. Gli Stati Uniti d’America possono avere, nella narrativa e nei films, generali imbecilli, giudici corrotti, e poliziotti farabutti. Anche l’Inghilterra, la Francia (almeno fino ad oggi), la Svezia e così via. L’Italia non ne ha mai avuti, non ne ha, non ne avrà mai. Così è. E bisogna, come diceva Giusti di quegli ambasciatori cui Barnabò Visconti, fece ingollare una bolla, cartapecora e piombi di sigillo, bisogna striderci. Non mi sento eroico al punto da sfidare imputazioni di oltraggio e vilipendio; non mi sento di farlo deliberatamente. Perciò, quando mi sono accorto che la mia immaginazione non aveva tenuto nel dovuto conto il limiti che la legge dell Stato e, più che le leggi,la suscettibilità di coloro che le fanno rispettare, impongono, mi sono dato a cavare, a cavare. Sostanzialmente, dalla prima alla seconda stesura, la linea del racconto è rimasta immutata; è scomparso qualche personaggio, qualche altro si è ritirato nell’anonimo, qualche sequenza è caduta. Può darsi il racconto ne abbia guadagnato. Ma è certo, comunque, che non l’ho scritto con quella piena libertà di cui uno scrittore ( e mi dico scrittore soltanto per il fatto che mi trovo a scrivere) dovrebbe sempre godere. Inutile dire che non c’è nel racoonto personaggio o fatto che abbia rispondenza, se non fortuita, con persone esistenti e fatti accaduti. (Leonardo Sciascia – Nota a fine racconto de “Il giorno della civetta”, 1961)

La mia domanda è: quanto è cambiato da allora ad oggi?

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Una risposta a Sciascia e l’obbligo del ‘cavare’

  1. Rossella ha detto:

    adesso è moooooooolto peggio…

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